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Lei è una
bambina inglese

Justice Nathalie Lieven

Lei è una bambina inglese. Lei ha sei anni. I genitori riscontrano qualche difficoltà nell’attenzione e nell’apprendimento. Lei cresce, si sviluppa. Gli anni passano. Lei è una ragazza alta, robusta, forte. Lei ha vent’anni. Ma la sua testa è rimasta come quando aveva sei anni. Lei ora è incinta. La gravidanza va avanti. La pancia è sempre più grande. Arriva a 22 settimane. Nessuno lo sa, quantomeno nessuno lo dice. Il bambino che cresce dentro il suo grembo potrebbe essere stato generato da una violenza sessuale. Da un rapporto non voluto con coscienza e consapevolezza. Lei è seguita dagli assistenti sociali. Partono segnalazioni, rapporti e carte bollate. La vicenda finisce in tribunale. Lei è Nathalie Lieven. Lei è un giudice di Londra. Lei dice che la ragazza è incapace di intendere e di volere. Deve assolutamente interrompere la gravidanza. Lei decide che la ragazza deve abortire. Ordina l’aborto. Contro la volontà della ragazza. In nome della legge. Lei dice che anche se la ragazza non può capire, è una decisione presa nel suo interesse. La sua salute potrebbe essere a rischio. La ragazza in effetti non capisce, e non vuole abortire. Lei vuole il suo bambino. Il giudice Nathalie Lieven spiega che per la ragazza avere il bambino sarebbe come avere una bambola. In tribunale c’è la mamma della ragazza. Lei è un’ostetrica. Lei si oppone alla decisione. Dice che si prenderà cura del bambino insieme alla figlia. Gli assistenti sociali la sostengono. Nathalie Lieven è irremovibile. Aborto. In nome della legge. Scoppiano le polemiche. Il mondo cattolico si indigna. John Sherrington, vescovo di Westmister dice che obbligare una donna ad abortire contro la sua volontà calpesta i suoi diritti. Infrange anche i diritti del bambino. La madre fa ricorso. I tre giudici della corte d’appello rovesciano la sentenza. Nessuno tocchi quel bambino, nessuno lo faccia in nome della legge, contro la volontà della donna che lo porta in grembo.