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Lei è
Susanna

Susanna primo piano di spalle

Lei è Susanna. Ha 54 anni. Vive a Brescia. Lavora in un’azienda sanitaria. È l’11 marzo. Susanna ha un po’ di tosse, dolori alle ossa. Pensa a un’influenza, continua ad andare al lavoro. Passa qualche giorno. Una collega è positiva al virus. Per scrupolo Susanna chiede di fare il tampone. È positivo. Susanna si barrica in casa. Ha poca febbre, un po’ di tosse, ma tutto sommato sta bene. Tempo quattro giorni e torna in forma, tutti i sintomi sono spariti. Aspetta di fare i tamponi di controllo per riprendere a lavorare. Sono entrambi positivi. Susanna è incredula. Si chiude nella sua stanza, non può rischiare di contagiare il marito e la figlia. Gira per casa con guanti e mascherina, passa il tempo attaccata al telefono. Aspetta. Al quarto tampone la situazione è la stessa. Susanna comincia a preoccuparsi. È il giorno di Pasqua, cucina per la famiglia, disinfetta tutto e mangia da sola. Cerca di consolarsi pensando che prima o poi finirà. È il 22 aprile. Anche il sesto tampone è positivo. Susanna teme di impazzire. Chiama medici, virologi, specialisti. Espone il suo caso. Io sto bene, che faccio? Le risposte sono vaghe, l’unica cosa certa è che deve aspettare. Susanna decide di sua iniziativa di fare delle visite di controllo. Vuole accertarsi che quel maledetto virus non stia facendo altri danni. Ormai è dentro il suo corpo da quasi 50 giorni. Pensa a quello che è stato e a quello che poteva essere. E suda freddo. Se non avesse fatto il primo tampone, adesso andrebbe al lavoro, a fare la spesa, abbraccerebbe la figlia e il marito. Perché non ha sintomi. Sta bene. Tra pochi giorni inizierà la fase due, si tornerà ad avere un contatto, seppur minimo, con gli altri. Susanna ha paura. Chissà quanti sono nella sua stessa condizione e non lo sanno. Si stanno per aprire le porte a un esercito di persone senza sintomi ma positive. Contagiose.