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Lui è
Justin

viaggio

Lui è Justin. Vive in Texas negli Stati Uniti. È un lottatore professionista di Mma, le arti marziali miste. Ha vinto titoli e trofei, la sua carriera va a gonfie vele. Eppure è infelice. Ogni volta che sale sul ring ritorna il bambino preso in giro, lasciato solo dai compagni, sempre ultimo in tutto. E per quanti pugni sferri, la rabbia che ha dentro non si placa. Justin prova a cacciarla con l’alcol, le droghe, ma la rabbia cresce. Inizia a perdere gli incontri, subisce un infortunio, la palestra lo caccia perché è sempre sbronzo. È il 2013. Justin è solo e disperato. Beve, butta giù una manciata di pillole, prega di non svegliarsi. Riapre gli occhi di scatto. È confuso, agitato, nella sua testa scorrono le immagini di una giungla sconfinata, capanne di fango, uomini e donne dagli occhi tristissimi. Justin prende un foglio, annota una parola. I dimenticati. È stato un sogno, eppure era così vero. Fa qualche ricerca, finisce su alcune fotografie che lo lasciano a bocca aperta. Justine sente una scossa, qualcosa lo chiama gran voce. Vola in Congo, si addentra nella giungla, raggiunge la tribù pigmea dei Mbuti. Justine si guarda intorno, purtroppo è proprio come nel suo sogno. Povertà, abbandono e tanta tristezza. Parla con la guida, scopre che quel popolo è stato privato della sua terra, dell’accesso all’acqua e al cibo a causa della deforestazione. Vivono con il nulla, sono chiamati, i dimenticati. Justin crolla in ginocchio. Alcuni bambini si avvicinano, allungano le manine per toccare la sua barba lunga, le loro risate sono una carezza per il cuore. Davanti a quei sorrisi, Justin prova vergogna. Aveva tutto, eppure stava buttando la sua vita. Resta. Contatta delle associazioni e procura farmaci contro la malaria, usa i suoi risparmi e compra della terre su cui costruisce capanne e pozzi d’acqua. Per oltre un anno vive con gli ultimi tra gli ultimi. Un giorno si sveglia e scopre che la rabbia è sparita, al suo posto c’è solo amore. Oggi Justin è tornato sul ring. Non combatte per se stesso, ma per la sua tribù, la sua famiglia.

LA STORIA CONTINUA