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Lui è
Jin

lgbt

Lui è Jin. È un bambino. Ha 9 anni. Vive a Shenyang, in Cina. Si intrufola nella camera della sorella. Chiude la porta, trattiene il respiro. Apre l’armadio. Prende un vestito lungo, di colore rosa. Si spoglia, lo indossa, cammina davanti allo specchio. Il cuore gli batte forte. Un rumore improvviso, la sagoma possente del padre emerge alle sue spalle. Lo squadra, dalla testa ai piedi. Ha uno sguardo duro, sconcertato. Jin balbetta qualcosa, la porta chiusa sulla faccia gli rificca in gola quelle parole senza senso. È solo. Piange. Passa qualche giorno. Il padre ha una notizia importante, lo ha iscritto all’accademia militare. Jin non riesce a credere alle sue orecchie. Urla disperato, chiama la mamma. È un ordine, fine della storia. Il tempo scorre. Jin spara, lancia bombe a mano, piazza cariche esplosive. Si illumina solo quando scopre l’esistenza del corpo di ballo militare, che il regime usa come un mezzo di propaganda. È la svolta. Per meriti artistici ottiene una promozione dietro l’altra, diventa colonnello. Viaggia, gira il mondo, ma rimane un uomo infelice. Una sera entra in un bar gay del Greenwich Village, a New York, e un nuovo amico gli legge l’anima. Tu non sei omosessuale, sei solo una ragazza. È il 1995. Jin ha 27 anni. Dice basta. Abbraccia forte la mamma ed entra in sala operatoria. È il primo cinese che si sottopone a un intervento per cambiare sesso. Rimane sotto i ferri per un tempo infinito. Dopo sedici ore esce con una gamba paralizzata. Soffre. La sua nuova vita da donna inizia con propositi di suicidio. Resiste, stringe i denti, si rimette in piedi. La sua stella brilla in tutto il mondo, diventa testimonial per i più grandi brand della moda, conduce un programma tv, si sposa, adotta tre figli. Rifiuta di essere individuata come portabandiera della comunità Lgbt. Non vuole essere classificata. Appiccicatemi addosso l’etichetta che preferite, maschio, femmina, transgender, sono sempre una persona luminosa.

LA STORIA CONTINUA