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Lettera di Chiara

piscina

“Ciao Carmelo,
Ti racconto la mia storia.
Ma tu sei sorda?
Sì.
Se mi hai risposto, non puoi esserlo.
Quando mi trovo in una situazione come questa, mi viene sempre voglia di tirare un pugno. Poi mi pongo delle domande e provo a darmi delle risposte.
Mi chiedo come mi vedono gli altri, cosa pensano.
Per tanti anni ho nascosto a me stessa la mia sordità, dietro i capelli, fingendo che tutto andasse bene. Finché mi sono accorta che stavo vivendo solo a metà.
Allora ho deciso di reagire.
Ho iniziato a chiedere di ripetere quando non sentivo, a dire di parlare più forte, o più lentamente.
Tutti si stupiscono quando faccio vedere l’impianto, perché l’unica sordità che conoscono è quella affiancata al mutismo.
Quindi, per la gente, se sei sorda non dovresti saper parlare bene, né sentire quello che ti dicono, lavorare, guidare la macchina, dare gli esami da sola.
Quando mi dicono così, vorrei gridare e far sapere a tutti quello che mi porto dietro. Anni di sofferenze, di sforzi, di giornate intere passate davanti allo specchio, cercando di posizionare la lingua nel verso giusto attraverso un cucchiaino che spesso mi faceva salire la nausea, giornate intere a guardare il movimento della mia bocca per vedere se era corretto, a fare gli esercizi che la logopedista mi assegnava.
Giornate intere per cercare di essere quella che sono.
Da due anni ho l’impianto cocleare, è come essere nata una seconda volta.
Da quando sono uscita allo scoperto, provo a parlare, a far capire alla gente la diversità di ognuno di noi, perché la disabilità non va classificata.
Ho sempre visto la mia sordità come un nemico da annientare.
Mi sono ostinata a essere quella che non sono, fino a quando ho capito che per sconfiggere davvero il nemico, avrei dovuto amarlo.
E così è stato.
Grazie di cuore per aver risposto”.
Lei è Chiara.

LA STORIA CONTINUA